Questa mattina, alle otto e mezza, 527.747 studentesse e studenti hanno aperto il plico della prima prova. Più della metà sono ragazzi e ragazze dei licei, gli altri vengono dai tecnici e dai professionali; quattordicimila circa sono candidati esterni, privatisti che hanno scelto di rimettersi in gioco. Per tutti, lo stesso identico gesto: un foglio bianco e sei ore davanti. È il rito più democratico che la scuola italiana conosca, e ogni anno, puntuale, ci costringe a una domanda che riguarda tutti, non solo chi sostiene l'esame: che cosa abbiamo deciso di chiedere ai nostri diciottenni?
Le sette tracce di quest'anno offrono una risposta più coerente di quanto sembri a una prima lettura. Apparentemente sono materiali lontanissimi tra loro: una poesia d'amore di Pavese, il diario di Brancati, il discorso di un padre costituente, una pagina sulla scienza, una riflessione sociologica sugli "adultescenti", l'incanto di un'aurora boreale, l'elogio della fatica. Eppure, messe in fila, queste proposte compongono un ritratto sorprendentemente unitario. Il Ministero ha consegnato ai maturandi uno specchio, e ha chiesto loro di guardarci dentro. (Per il funzionamento dell'esame, prove, colloquio, commissione e punteggi, trovi tutto nella nostra guida completa alla Maturità 2026.)
Un filo rosso: la profondità contro la superficie
Se c'è un'idea che attraversa tutte e sette le tracce, è l'invito a resistere alla superficie. In un'epoca che premia la velocità, la scorciatoia, la risposta immediata, il MIM ha scelto autori e temi che parlano, all'opposto, di spessore: lo spessore della memoria, dei sentimenti, della responsabilità, dello sguardo. Non è una scelta neutra. È, a suo modo, una presa di posizione culturale.
Lo si capisce raggruppando le proposte non per tipologia, ma per ciò di cui realmente parlano.
Memoria e radici: ciò che ci dà spessore
Brancati, nella pagina sui piaceri della memoria, scrive che senza i ricordi il mondo sarebbe «una lastra priva di spessore». È la metafora più bella dell'intera prova. Ricordare non è un esercizio nostalgico: è ciò che dà profondità all'esistenza, che trasforma il presente piatto in una vita abitabile. E quando l'autore confessa di contare i suoi ricordi «come l'avaro conta i suoi marenghi», ci dice una cosa scomoda per la nostra epoca distratta: la memoria va custodita, non è un dato acquisito.
Accanto a questa memoria intima, il Ministero ha collocato, con scelta tutt'altro che casuale, la memoria civile. Il discorso di Saragat all'Assemblea Costituente del 26 giugno 1946 chiede ai costituenti di dare «un volto umano» alla Repubblica e definisce la democrazia non come semplice equilibrio di poteri, ma come «soprattutto un problema di rapporti fra uomo e uomo». A ottant'anni di distanza, far leggere questa pagina a una generazione che voterà tra poco non è retorica: è didattica della cittadinanza nel senso più alto. La memoria personale di Brancati e quella collettiva di Saragat dicono la stessa cosa con due voci diverse: si esiste davvero solo se si ricorda da dove si viene.
Lo sguardo e la meraviglia: come guardiamo il mondo
C'è poi un secondo nucleo, quello dello sguardo. La lirica di Pavese, Passerò per Piazza di Spagna, è un perfetto «paesaggio dell'anima»: le pietre che «canteranno», i fiori che «occhieggiano», una città intera che prende vita perché il poeta vi proietta la propria attesa amorosa. Il mondo, qui, è lo schermo su cui si riflette l'interiorità.
A questo sguardo lirico fa eco, in chiave contemporanea, la traccia di attualità di Wenke Husmann, con la sua domanda che vale da sola tutto l'esame: «Esiste una versione adulta dell'incanto?». L'autrice, davanti all'aurora boreale, fatica a meravigliarsi perché ne conosce la spiegazione scientifica, e teme che il sapere abbia spento la magia. È il tema weberiano del «disincanto del mondo» consegnato a un diciottenne. Ed è una domanda che il Ministero, di fatto, gira a sé stesso e a noi adulti: sappiamo ancora stupirci, o abbiamo barattato la meraviglia con la competenza?
Crescere e faticare: il coraggio di diventare adulti
Il terzo nucleo è quello, dichiaratamente generazionale, che chiama in causa direttamente chi sta sostenendo l'esame. Frank Furedi parla degli «adultescenti», di un'epoca che idealizza la giovinezza perché l'età adulta fa paura, «l'indipendenza può diventare solitudine», «la responsabilità può trasformarsi in stress». Mario Calabresi, dall'altra parte, riabilita una parola caduta in disgrazia: la fatica, non quella subìta e disumana da cui il Novecento ci ha giustamente liberati, ma quella scelta, fatta di dedizione, costanza, pazienza. «Non ci sono scorciatoie e, se ci sono, sono un inganno».
Mettere queste due pagine davanti a chi affronta il rito di passaggio per eccellenza è quasi una provocazione affettuosa. Il Ministero sembra dire ai maturandi: crescere costa, e va bene così. È un messaggio controcorrente, in tempi che vendono il successo facile, ed è forse il più formativo dell'intera prova.
La scienza come racconto e creatività
Resta la traccia di Piero Bianucci, che apparentemente sta da sola e invece chiude il cerchio. Bianucci ricorda che la scienza è fatta di «storie» sorprendenti, i raggi X di Röntgen, la penicillina di Fleming, la relatività intuita da Einstein guardando un tram, e che la sua vera dote non è solo il metodo, ma la creatività. Anche qui, sotto traccia, lo stesso messaggio: i risultati non nascono dall'automatismo, ma dallo sguardo curioso, dal coraggio di andare controcorrente. La scienza, come la memoria e come l'arte, chiede profondità.
Uno sguardo da docente: l'equilibrio delle scelte
Da insegnanti, due cose vanno riconosciute al Ministero. La prima è l'equilibrio: il Novecento letterario (Pavese, Brancati), la storia civile (Saragat), la scienza, la sociologia e l'attualità più stretta, la traccia di Husmann esce da «Internazionale» nel gennaio di quest'anno, convivono senza che nessun ambito prevarichi. C'è spazio per chi ama la pagina d'autore e per chi preferisce ragionare sul presente. La seconda è la leggibilità: sono tracce profonde ma accessibili, che non puniscono chi non ha letto tutto, ma premiano chi sa pensare e prendere posizione.
Se proprio si vuole muovere un'obiezione, è quella di sempre: la poesia continua a far paura, e ogni anno pochissimi scelgono la Tipologia A. Sarebbe bello che la scuola lavorasse perché un testo di Pavese non sia vissuto come un ostacolo, ma come la cosa più vicina a ciascuno di noi. Perché è esattamente questo che la lirica insegna: che le pietre, davvero, possono cantare, se sappiamo guardarle.
In conclusione: l'esame come specchio
Le tracce del 2026 compongono, alla fine, un piccolo manifesto controcorrente: ricorda, guarda in profondità, abbi il coraggio di crescere, non cercare scorciatoie, conserva la capacità di meravigliarti. Sono valori antichi consegnati alla generazione più veloce della storia, ed è un bene che la scuola continui a proporli.
Ai 527.747 ragazzi e ragazze che oggi hanno scritto, e che tra poche settimane si siederanno davanti alla commissione, vorremmo dire questo: l'esame di Maturità non misura solo ciò che avete studiato, ma ciò che avete capito di voi stessi. Il foglio bianco di stamattina era uno specchio. Quello che ci avete scritto sopra dice chi state diventando. E questo, molto più di un voto in centesimi, è il vero senso della parola «maturità».
Il Centro Studi Europeo, scuola paritaria a Napoli (Vomero) dal 2005, prepara studenti, adulti e candidati esterni all'esame di Maturità. Se ti stai preparando da privatista, leggi la nostra guida completa alla Maturità 2026.
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